Il Centro con La Lectura Dantis Scaligera si propone di contribuire allo sviluppo e all’apprendimento degli studi danteschi in vista del Settimo Centenario della morte del Poeta.

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Sabato 15 Febbraio 2014, ore 17.00, presso la Biblioteca Capitolare (piazza Duomo, 19)

Lectura Dantis - Paradiso, XX: l'occhio dell'aquila

prof. Giancarlo Alessio (Università Ca' Foscari di Venezia)

Come è per i canti di Cacciaguida (Paradiso, XV-XVII), anche il XX canto (il secondo canto del cielo di Giove e il terzo interpretato dall'aquila, cui danno forma le luci degli spiriti beati) istituisce una sola unità tematica e narrativa con quello che lo precede. I due canti costituiscono infatti un solo grande discorso sullo stesso tema, affidato ad una sola voce,swiss omega replica quella dell'aquila (che è la voce unisona di tutti i beati che la configurano). E il tema, a differenza di quanto invece si coglie nel trittico di Cacciaguida, qui appare unitario: l'angosciosa domanda sulla giustizia di Dio e la salvazione dei giusti ma privi, senza loro colpa, della fede, s'avvia nel XIX e si conclude nel XX, in cui il manifesto stupore di Dante per sentir menzionare due pagani tra le anime dei salvati conduce l'aquila a spiegare per quale ragione ciò sia potuto avvenire e a insistere sul mistero della predestinazione, che è tale non solo per gli uomini ma per le anime stesse del paradiso.

Come sempre si è osservato, anche la struttura narrativa è simile a quella del XIX canto ed è divisa in due parti, la prima, nel XX canto, di carattere storico e l'altra teologico;  nel XIX la medesima struttura era apparsa invertita, con un parte teologica seguita da una storica, in cui s'esprime la condanna dei principi cristiani, che, sebbene provvisti di fede, non sono intesi ad un retto operare e saranno dal giudizio di Dio giudicati più severamente che gli infedeli. Alla parte storica del XIX corrisponde nel XX la più breve, esemplare serie dei grandi giusti, scelti a marcare le tappe della storia umana prima e dopo la venuta di Cristo, cui terrà dietro la risposta che Dante aspettava alla questione avviata nel XIX. Tra le due sequenze si inscrive poi, come già era avvenuto nel XIX (vv. 89-93: «Quale sovresso nido….»), una similitudine (vv. 73-75: «Quale allodetta…»).

La similitudine strutturale non cancella tuttavia l' individualità di ciascuno dei due canti: qui, nel XX, è stato bene osservato, la scena “storica”, centrata sui sei nomi di gusti, innalzati a simboli della storia vista ex parte Dei, è, per così dire, decantata nell'eternità e viene avviata e preceduta(quasi allusa) da un'ampia similitudine con una visione calma di stelle, cui seguono dolci canti, mormorio di acque, suono di cetra e zampogna. Ma è sulla scelta dei sei spiriti che si è accentrata l'attenzione della critica: dei sei, tre sono del tempo prima di Cristo, tre del tempo successivo; due sono pagani, due ebrei, due cristiani; due appartengono alla storia biblica, due alla storia dell''Impero romano, due a quella dell'impero cristiano. Per ciascuno d'essi la realizzazione formale è rigorosamente simmetrica: due terzine per ogni personaggio, l'una con l'indicazione del personaggio designato dai suoi atti (e ne è omesso il nome, se non nel caso dei due ultimi); l'altra col riconoscimento del valore oggettivo delle loro azioni (buone e cattive) nella mente di Dio. I personaggi sono Davide, Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo II d'Altavilla e, infine, lo sconosciuto troiano Rifeo «iustissimus unus», come di lui dice Virgilio (e solo Virgilio), cui dedica poco più di due versi nell'Eneide: egli è l'uomo giusto ma nato senza conoscere Cristo, incarnazione di quell'uomo dell'Indo, sul cui destino trascendente era imperniata la domanda del precedente canto. Nessuno crederebbe che Rifeo potesse essere la quinta «delle luci sante» nel mondo degli uomini che seguono la lettera e non lo spirito del Vangelo che è la linea che sostiene tutti i discorsi dell'aquila, mondo soggetto all'errore, incapace di cogliere l'infinita misericordia di Dio. E, dopo la similitudine, forte e densa di significati, dell'allodola che cantando s' alza in volo nel cielo, l'aquila inizia per Dante, cui si riconosce di credere soltanto ex auctoritate, l'esposizione della ragione che ha condotto alla salvazione di Rifeo, dapprima con una proposizione sinentica e asseverativa («Regnum celorum violenza pate/da caldo amore e da viva speranza,/che vince la divina volontate…»): l'amore e la speranza dell'uomo possono vincere le stesse norme stabilite da Dio, perché egli acconsente di farsi vincere da quell'amore. Ad essa tien dietro una sorta di commento a carattere “razionale”, in cui s'esplicita la teoria della rivelazione fatta direttamente da Dio o dai suoi intermediari allo spirito dei giusti:, una sorta di segreto rapporto  tra l'uomo e Dio. Tanto svela l'intuizione del mistero della “fontana di grazia”, pur restando la mente umana incapace non solo di conoscere ma nemmeno di comprendere le scelte. E la soave medicina data dall'aquila è l'accettazione amorosa del mistero della predestinazione. La similitudine musicale di chiusura (la musica accompagna entrambi i canti) diviene segno dell'imperscrutabile consiglio divino che amorosamente regge le sorti degli uomini.

Opere di pregio

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