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Nel canto VII del Paradiso Dante raccoglie la più lunga delle spiegazioni teologiche pronunciate da Beatrice in tutto il poema, nella quale viene affrontata la questione dell’incarnazione e della redenzione: perché Dio, per redimere l’uomo, ha scelto proprio “questo modo”, ossia la passione e la morte di Gesù Cristo? Non è forse iniquo far soffrire e far morire l’uomo più giusto per salvare un peccatore? La risposta, suggerita a Dante da Anselmo d’Aosta, fa leva sull’accordo in Dio tra misericordia e giustizia.
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Nel volo alacre e vittorioso dell’aquila si manifesta, agli occhi di Dante, il disegno provvidenziale che ha affidato all’impero di Roma la missione di guidare l’umanità al conseguimento della felicità terrena.
Questa certezza dantesca non è incrinata neppure dal recentissimo fallimento della spedizione in Italia di Arrigo VII, giacché, pur nei disinganni e nelle amarezze del presente, non viene meno al poeta la certezza che di quell’alto progetto divino, di cui ogni momento della storia romana è testimonianza, non potrà mancare il compimento. Nella figura del legislatore Giustiniano, in specie, si incarna ogni aspetto del compito che Dio ha voluto per Roma: la conquista militare del mondo, certo, ma soprattutto la creazione e la tutela di una universale società civi-le, governata non dal potere delle armi ma dalla maestà del diritto.
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Oggetto di serissimi studi accademici, strumento prezioso per l’esegesi della Commedia, il Commento di Benvenuto da Imola è anche un’opera di per se stessa di grande valore per la ricchezza e la complessità dell’approccio alla poesia di Dante e come avvolta da una simpatia onnicomprensiva, che ne restituisce in pieno l’attualità e la vitalità per i lettori trecenteschi.
Anche riletto oggi, Benvenuto è un commentatore avvincente e coinvolgente, da privilegiare come il migliore viatico coevo alla comprensione di molti aspetti della mentalità e della cultura da cui è nata la Commedia.
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Il De vulgari eloquentia (1303-1305 ca.), contemporaneo al Convivio, è un trattato in latino, destinato ai dotti, sull’uso del volgare come “lingua letteraria” (eloquentia).
Il progetto originario comprendeva almeno quattro libri, ma l’opera si interrompe al XIV capitolo del II libro.
Il De vulgari eloquentia, oltre a un discorso, talora di estrema novità e importanza, sull’origine delle lingue e sulla loro caratterizzazione storico-geografica, affronta la questione di una lingua letteraria unitaria e offre preziose e specifiche indicazioni sulla realtà linguistica del primo Trecento.
La lezione verrà centrata soprattutto sul tentativo di evidenziare le ragioni che indussero Dante alla composizione del De vulgari eloquentia e a commentare alcuni capitoli, in particolare del I libro, in cui con maggiore forza appaiono le novità della teoria linguistica dantesca e i materiali su cui essa è stata costruita.
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Nel canto V del Paradiso si conclude la questione della permutabilità dei voti, aperta con il racconto di Piccarda Donati e svolta da Beatrice nel canto precedente, con la solenne affermazione della libertà umana, considerata da Dante il massimo dono fatto da Dio all’uomo. Il ragionamento teologico implica però, sempre per bocca di Beatrice, l’ammonimento duro, sferzante e profetico rivolto ai cristiani, imprudenti nel fare i voti, incostanti nel mantenerli e facili a commutarli. Nel canto V si compie anche il trapasso dal cielo della Luna a quello di Mercurio, di cui è indizio l’aumentato splendore del volto di Beatrice, cui corrisponde la maggior luce di cui si accende il pianeta.
Al canto successivo è invece lasciato lo scioglimento del nuovo dubbio di Dante, circa l’identità del nuovo spirito che gli parla «annidato» nel proprio «lume».
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Inconcepibile, per Dante come per Dostoevskij, con tutta la distanza temporale e culturale che li separa, una letteratura sganciata dall’etica, di più: una letteratura che non si nutra dell’esigenza etica e che non faccia di essa, oltre che un principio movente, un obiettivo letterario e quindi anche estetico. In questo si possono trovare alcune spiegazioni esterne ai due scrittori, ovvero legate alle loro culture di rife-rimento, ma è palese che la loro individualità li spinge ben oltre le indicazioni delle epoche e degli ambienti in cui sono vissuti. Va anche sottolineata la comunanza di situazioni biografiche: l’esperienza dell’esilio per Dante, i lavori forzati per Dostoevskij. Partendo da determinate basi, l’essere scrittore incorpora uno status di responsabilità etica nei confronti del proprio scritto e dei lettori-fruitori; la personalità di chi scrive non va disgiunta dalla Verità che egli, per vocazione personale, quasi alla stregua di un profeta, è chiamato a formulare nell’involucro estetico dell’opera letteraria.
Non mancano però profonde differenze di concezione etica fra Dante e Dostoevskij: troppo diverso l’ecumene in cui sono immersi, diversi i valori di cui si nutrono e contro cui combattono. Si è spesso rilevato come l’opera di Dostoevskij sia in singoli momenti (Memorie da una casa di morti, Il sogno di un uomo ridicolo…), e anche nel suo complesso, una sorta di Commedia della contemporaneità. Ma la discesa nell’Ade di Dostoevskij attraverso il delitto e il castigo appare a volte un’ascesa mistica in direzione della conoscenza salvifica, racchiudendo in sé inferno, purgatorio e, almeno a livello di intuizione, paradiso; ma dalla selva oscura alcun personaggio, e men che meno lo scrittore, può mai uscire.